Il Festival Nazionale dell’Economia Civile ha realizzato le Linee Guida per una Economia Sociale e Civile, un documento che mette ordine su due concetti spesso usati come sinonimi ma che, a ben vedere, rispondono a logiche diverse e complementari. Il testo nasce dal lavoro di elaborazione scientifica condensato nel Manifesto per una Nuova Economia (Sociale e Civile), sottoscritto da un gruppo di 300 accademici.

Modello e paradigma: una distinzione da cui partire

Il primo punto che le Linee Guida chiariscono riguarda proprio il linguaggio: economia sociale ed economia civile non sono la stessa cosa, ma due livelli diversi di trasformazione.

L’economia sociale è definita come un modello: può esistere anche all’interno del sistema capitalistico, di cui rappresenta una parte che attiva dall’interno percorsi di trasformazione, con riferimenti chiari sulla finalità sociale degli attori economici. La sua caratteristica distintiva è quella di mettere al centro i meccanismi di partecipazione della società civile organizzata, favorendo la cooperazione e le forme aggregate di reti e distretti omogenei.

L’economia civile, invece, è definita come un paradigma: un’alternativa complessiva al paradigma dell’economia politica tradizionale, che pone al centro reciprocità, gratuità, felicità pubblica e pluralità degli attori economici. Nasce storicamente come “scienza della pubblica felicità” e allarga il campo degli interlocutori imprenditoriali fino a coinvolgere anche il mondo delle imprese for profit.

Un aspetto centrale di questo paradigma è il legame tra felicità e bene comune: secondo le Linee Guida, la felicità di un popolo è un gioco di coordinamento (o si è felici tutti insieme, o non lo è nessuno) per questo servono indicatori di benessere complementari al PIL, come l’indice BES o gli indicatori di Ben Vivere e Generatività in Atto.

I cinque pilastri del Manifesto per una Nuova Economia

Il documento sintetizza i cinque pilastri codificati dal Manifesto, pensati come altrettanti superamenti dei limiti dell’economia tradizionale:

  1. Oltre l’homo oeconomicus, verso la superiorità della razionalità sociale e dell’arte delle relazioni.
  2. Oltre l’impresa shareholder-only, verso una pluralità di forme di impresa e di imprenditori attenti all’impatto delle proprie azioni, non solo al profitto.
  3. Oltre il PIL, verso indicatori di ben vivere e generatività capaci di misurare soddisfazione e ricchezza di senso del vivere.
  4. Oltre lo iato stato-cittadino, verso la cittadinanza attiva e la sussidiarietà, con partecipazione e capitale sociale come pilastri di una società inclusiva.
  5. Oltre la deresponsabilizzazione valoriale, verso una maggiore interdisciplinarità che connetta formazione, impresa e azione civica, superando la separazione tra ricerca e impegno sociale.

Una definizione comune che connette, non sintetizza

Le Linee Guida propongono una prospettiva interessante: non cercare una sintesi che appiattisca le differenze tra i due paradigmi, ma connetterli, riconoscendone i punti valoriali condivisi. Tra questi:

  • un’economia incentrata sulle persone e sull’ambiente, non sulla massimizzazione del profitto individuale;
  • una logica di collaborazione che supera quella conflittuale;
  • aziende e organizzazioni aperte al dialogo con tutti i portatori di interesse (dipendenti, clienti, fornitori, comunità locale) orientate alla creazione di valore condiviso;
  • una finanza finalizzata allo sviluppo dell’economia reale, non alla speculazione;
  • un’attenzione concreta alle generazioni future, ai loro desideri e aspirazioni;
  • un’economia generativa e partecipata, capace di contribuire alla ricchezza di senso di chi vi partecipa;
  • il rispetto e la dignità di lavoratori e lavoratrici, con un coinvolgimento democratico e solidale nei luoghi di lavoro.

Secondo il documento, l’economia sociale può rappresentare la via che agevola e accelera il passaggio verso l’economia civile di mercato: per questo diventa strategico diffonderne i punti di continuità.

Il ruolo della cooperazione e i numeri del settore

Le Linee Guida dedicano ampio spazio al ruolo strategico della cooperazione come forza trainante dell’economia sociale. In Europa il settore conta circa 3 milioni di imprese che danno lavoro a 13,8 milioni di persone. Le cooperative ne sono parte integrante, con 4,5 milioni di addetti, di cui 1,3 milioni nelle cooperative italiane — l’Italia rappresenta da sola un terzo degli occupati della cooperazione europea, davanti a Spagna, Francia e Germania. Circa la metà degli occupati nelle cooperative italiane lavora in imprese aderenti a Confcooperative.

Il documento evidenzia anche il ruolo delle Banche di Credito Cooperativo, inserite a pieno titolo nel perimetro dell’economia sociale come espressione autentica e storica di un modello (quello promosso da Federcasse-BCC) che mette il capitale al servizio della persona e del bene comune, intrecciando funzione economica e funzione sociale.

Un ruolo di connessione tra i due paradigmi è svolto da NeXt Economia, rete che riunisce oltre 50 soggetti nazionali appartenenti sia all’economia sociale sia all’economia civile, impegnata da anni a integrare culturalmente e operativamente i due modelli e a supportare, nei territori, lo sviluppo di reti e comunità cooperative ibride capaci di co-programmare e co-progettare iniziative di sviluppo sostenibile e impatto sociale.