Le Comunità Energetiche Rapporto 2026 sulla Nuova Economia
Sociale e Civile

A cura di Riccardo Troisi ricercatore Università di Tor Vergata e Next Nuova Economia

Dalla condivisione dell’energia alla costruzione di comunità territoriali

Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano una delle innovazioni più rilevanti della transizione ecologica, perché modificano il ruolo dei cittadini, delle imprese e delle amministrazioni locali nel sistema energetico. Non si tratta soltanto di installare impianti da fonti rinnovabili, ma di creare organizzazioni territoriali nelle quali soggetti diversi producono, consumano e condividono energia, generando benefici ambientali, economici e sociali.

Il quadro europeo, a partire dalle direttive RED II e RED III, ha riconosciuto il diritto dei cittadini a partecipare direttamente al mercato dell’energia e ha stabilito che l’obiettivo principale delle comunità energetiche non debba essere la massimizzazione del profitto, ma la produzione di vantaggi collettivi per i membri e per il territorio. In Italia, dopo una prima fase sperimentale, il modello è stato disciplinato in modo più strutturato dal D.lgs. 199/2021, dal Decreto MASE n. 414/2023 e dai successivi provvedimenti attuativi.

La normativa ha quindi creato le condizioni per una progressiva “democratizzazione dell’energia”: cittadini, enti locali, imprese ed Enti del Terzo Settore possono diventare soggetti attivi della transizione, superando il tradizionale modello centralizzato, fondato sulla separazione tra produttori e consumatori.

Un fenomeno in forte crescita, ma ancora in fase di consolidamento

Secondo i dati GSE richiamati nel rapporto, al 31 dicembre 2025 risultavano costituite 904 Comunità Energetiche Rinnovabili. A fine agosto del 2026 inoltre sono stati emanati tutti gli atti di concessione relativi alla misura PNRR dedicata alle comunità energetiche e all’autoconsumo, per un totale di 38.380 concessioni ammesse ed oltre un miliardo di euro di contributi deliberati.

Circa il 61% delle concessioni riguarda persone fisiche, mentre il 29% è attribuibile a enti commerciali, cooperative e altre società. La forte presenza dei cittadini evidenzia la capacità dello strumento di coinvolgere in modo capillare la popolazione. Tuttavia, i progetti promossi dalle imprese e dalle organizzazioni strutturate presentano potenze installate e investimenti medi molto più elevati e risultano quindi determinanti rispetto alla capacità produttiva complessiva.

Restano invece ancora marginali soggetti che potrebbero svolgere una funzione decisiva di aggregazione sociale, come scuole, condomìni ed enti pubblici. Questa debolezza segnala uno dei principali rischi del processo: che la comunità energetica venga percepita come una semplice somma di investimenti individuali finalizzati alla riduzione della bolletta, anziché come un progetto collettivo di sviluppo territoriale.

La sfida non è pertanto soltanto aumentare il numero degli impianti, ma orientare le risorse verso configurazioni realmente comunitarie, nelle quali i vantaggi economici siano accompagnati dalla redistribuzione dei benefici, dalla partecipazione democratica e dal sostegno alle persone in condizioni di vulnerabilità energetica.