La morte di quattro braccianti in Calabria ci pone davanti a una domanda che non possiamo eludere: vogliamo fermarci allo sdegno o siamo pronti a costruire soluzioni strutturali? Lo sfruttamento del lavoro nelle filiere agricole non è una fatalità. È il risultato di incentivi sbagliati che possiamo — e dobbiamo — correggere.
Lo sdegno è necessario, ma non basta
La tragedia di Amendolara ci costringe ancora una volta a fare i conti con una domanda scomoda: vogliamo limitarci allo sdegno o vogliamo costruire soluzioni? Quattro braccianti sono morti in Calabria, in un contesto che ha riportato al centro il tema del caporalato, dello sfruttamento del lavoro e della fragilità estrema di chi opera nelle filiere agricole più opache. Nei giorni successivi migliaia di persone hanno manifestato ad Amendolara contro caporalato e sfruttamento, chiedendo più tutele e più controlli.
Lo sdegno è necessario, ma non basta. È il primo passo, non l’ultimo. Se ogni tragedia produce una fiammata emotiva e poi tutto torna come prima, abbiamo perso due volte: prima come comunità civile, poi come cittadini. La vera domanda è come rendere strutturalmente meno conveniente sfruttare il lavoro e più conveniente rispettarlo.
Il primo punto è capire che il mondo è cambiato. In un’economia globalizzata molti strumenti del passato si sono indeboliti, perché le imprese e i capitali possono spostarsi dove il costo del lavoro e dell’ambiente è più basso. Per questo le politiche contro lo sfruttamento devono essere a prova di delocalizzazione: non basta una norma giusta, serve una norma efficace nel mondo reale.
Il voto col portafoglio e il passaporto digitale: trasparenza, partecipazione, giustizia
Qui entra in gioco il voto col portafoglio (clicca qui). Il mercato non è una forza astratta che ci domina dall’esterno. Il mercato siamo anche noi, ogni giorno, quando scegliamo cosa comprare, dove comprare, quale piattaforma usare, quale filiera premiare. Se milioni di consumatori decidono di acquistare prodotti liberi da sfruttamento, il caporalato perde ossigeno economico. Non perché diventiamo tutti santi, ma perché cambiano gli incentivi. Le imprese capiscono che la dignità del lavoro non è un costo reputazionale da nascondere, ma un valore competitivo da mostrare.
Il problema, però, è l’informazione. Non possiamo chiedere ai cittadini di votare col portafoglio se non diamo loro gli strumenti per sapere cosa stanno comprando. Per questo il passaporto digitale del prodotto è una delle innovazioni più decisive nel contrasto allo sfruttamento del lavoro e all’impatto ambientale delle filiere. Attraverso un QR code, il consumatore deve poter conoscere origine, filiera, impatto ambientale e condizioni sociali incorporate nel prodotto. Non solo quanta CO₂ contiene una maglietta o una confezione di pomodori, ma anche se dietro quel prezzo basso c’è lavoro povero, lavoro grigio, lavoro ricattato.
Ma il dato da solo non basta. Il passaporto digitale deve diventare comprensibile, semplice, immediato. Serve una traduzione del dato in un segnale: un rating sociale e ambientale chiaro, leggibile, confrontabile. Dobbiamo trasformare l’informazione in decisione. Se il cittadino deve leggere venti pagine tecniche non cambia comportamento; se invece può capire in pochi secondi quale prodotto rispetta di più l’ambiente e il lavoro, allora il voto col portafoglio diventa una pratica quotidiana.
Gli appalti pubblici e il salario minimo: tra Stato e delocalizzazione
Accanto al voto col portafoglio privato c’è il voto col portafoglio pubblico: gli appalti. Lo Stato, i comuni, le regioni, le grandi società partecipate devono acquistare beni e servizi premiando filiere pulite, contratti regolari, sicurezza sul lavoro, salari dignitosi. Non possiamo chiedere al cittadino di essere responsabile al supermercato e poi avere una pubblica amministrazione che sceglie solo il massimo ribasso. Il massimo ribasso, quando riguarda il lavoro, spesso diventa minimo rispetto della dignità.
C’è infine un punto politico cruciale: il salario minimo. La discussione va fatta con intelligenza economica, non con slogan. Il salario minimo deve partire dai settori dove il rischio di delocalizzazione non esiste o è minimo.
Delivery e logistica urbana sono il caso più evidente: una consegna non si può spostare in Vietnam, un pacco nell’ultimo miglio non può essere recapitato da un lavoratore collocato dall’altra parte del mondo. Proprio per questo, questi settori sono il banco di prova più forte per introdurre un pavimento minimo di diritti e compensi: salario minimo, copertura dei tempi di attesa, assicurazione, contributi, trasparenza algoritmica e tutela della concorrenza.
Cominciare da delivery e logistica significa togliere alla cattiva impresa il suo alibi preferito: “se aumentano le tutele, ce ne andiamo”. Qui non se ne possono andare. La pizza va consegnata nella città in cui è ordinata. Il pacco va portato davanti a quella porta. La logistica dell’ultimo miglio è radicata nel territorio. Dunque è lì che dobbiamo dimostrare che un salario minimo non distrugge il lavoro, ma civilizza il mercato.
Dalla commozione alla costruzione: un punto di svolta
La vera sfida è passare dalla commozione alla costruzione. Amendolara non deve diventare l’ennesima ferita che si rimargina male nella memoria collettiva. Deve diventare un punto di svolta: più controlli, certo; più ispettori, certo; ma anche più potere ai cittadini-consumatori, più trasparenza nelle filiere, più responsabilità negli appalti, più salario minimo nei settori non delocalizzabili.
La democrazia economica non si esercita solo ogni cinque anni nell’urna. Si esercita ogni giorno nello scontrino, nel QR code che scansioniamo, nella piattaforma che scegliamo, nella filiera che premiamo, nella regola che chiediamo alla politica. Se vogliamo davvero combattere lo sfruttamento, dobbiamo unire tre leve: legge, mercato e cittadinanza attiva.
Il lavoro sfruttato vive nell’ombra. Il passaporto digitale accende la luce. Il voto col portafoglio sposta la domanda. Il salario minimo nei settori non delocalizzabili costruisce il pavimento.
Da qui si può cominciare. Amendolara ci chiede esattamente questo: non solo piangere i morti, ma cambiare le condizioni che li hanno resi possibili.
Leonardo Becchetti è professore ordinario di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata, co-fondatore di NeXt – Nuova Economia per Tutti e presidente del Festival Nazionale dell’Economia Civile.
