Dopo tre anni di Renaissance in Economics e 280 ricercatori da cinque continenti, ho la certezza che una nuova economia non sia più un’ utopia accademica. È una realtà in costruzione. Ecco cosa ho imparato, e cosa dobbiamo fare adesso.

(di Luca Raffaele Direttore NeXt Economia, Presidente Gioosto.com e Presidente VERSO Innovation Center)

Quando mi siedo a scrivere queste righe, ho ancora in testa le voci di oltre 280 ricercatori che in due giorni hanno riempito le aule romane di dati, modelli, storie e proposte. Venivano da più di 60 università sparse su cinque continenti. Parlavano lingue diverse, usavano metodologie diverse, studiavano fenomeni diversi. Eppure convergevano, ogni volta, verso la stessa intuizione di fondo: l’economia che abbiamo ereditato non basta più. Non perché’ sia sbagliata in tutto, ma perchè le domande che sa fare sono diventate troppo piccole rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare.

La terza edizione di Renaissance in Economics si è chiusa con un volume, From Seeds to Forest, che per la prima volta raccoglie tutti i contributi presentati: 220 abstract, cinque pilastri tematici, un intero campo scientifico in movimento. Leggendoli uno per uno, insieme al gruppo di NeXt che li ha curati, ho avuto una sensazione precisa: i semi ci sono già. Sparsi, a volte isolati, spesso ignorati dai circuiti accademici dominanti. Ma ci sono. Il nostro compito, adesso, e’ fare in modo che diventino un bosco.

Il fallimento che nessuno vuole nominare

La ricerca più inquietante presentata a Roma dimostra qualcosa che l’economia mainstream fatica ad ammettere: nei mercati decentralizzati, i comportamenti estrattivi tendono sistematicamente a prevalere su quelli generativi. Non per cattiveria individuale, ma per architettura del sistema. Gli autori lo chiamano fallimento morale del mercato — una definizione che mi è rimasta impressa perché’ sposta la responsabilità dal singolo alla struttura. Non è l’essere umano a essere difettoso: è il design istituzionale che incentiva l’estrazione invece della generazione.

Questo non è un risultato nuovo nella letteratura. Elinor Ostrom lo aveva dimostrato studiando i beni comuni: i sistemi estrattivi tendono a colonizzare quelli cooperativi, a meno che non esistano regole, norme e culture condivise che li argini. Ma la novità degli studi presentati a Roma è metodologica: i modelli ad agenti ABM permettono oggi di simulare queste dinamiche con una precisione che i modelli di equilibrio generale non possono raggiungere. Stiamo finalmente sviluppando gli strumenti per descrivere l’economia come un sistema vivente, non come una macchina newtoniana.

La conseguenza pratica è che la risposta giusta non è solo più regolazione o più incentivi monetari — strumenti che, come ha dimostrato Dan Ariely, rischiano di spiazzare le motivazioni intrinseche che vorremmo rafforzare. La risposta è la coltivazione deliberata di caratteri generativi: nelle persone, attraverso l’educazione; nelle imprese, attraverso la governance; nelle istituzioni, attraverso il design dei meccanismi di partecipazione. E’ un programma di lavoro enorme. È anche l’unico che abbia senso.

Il PIL ci sta mentendo: e adesso abbiamo le prove

Ho smesso di credere al PIL come misura del benessere molti anni fa. Ma a Roma ho visto qualcosa di più importante di una critica: ho visto le alternative diventare operative. I framework Decision-Grade presentati alla conferenza non si limitano a proporre indici migliori — ne abbiamo creati a decine negli ultimi vent’anni. Propongono meccanismi concreti per integrare gli indicatori multidimensionali di benessere direttamente nei processi decisionali politici, collegandoli agli indicatori del Ben Vivere e della Generatività già sviluppati dall’Osservatorio. Non statistiche decorative: guide operative per chi governa.

Il risultato empirico che trovo più dirompente è il seguente: la crescita del PIL oltre una certa soglia di reddito non aumenta la pro socialità’. Non aumenta il volontariato, non aumenta le donazioni, non aumenta la fiducia interpersonale. E’ la conferma territoriale del paradosso di Easterlin, ma con una sfumatura cruciale: non stiamo parlando di felicità soggettiva dichiarata, ma di comportamenti misurabili. Più siamo ricchi, non necessariamente più siamo generativi. Questo dovrebbe cambiare radicalmente le priorità di policy. Non lo fa ancora. Ed è uno dei motivi per cui esiste Renaissance in Economics.

Le imprese buone non sono un’eccezione: sono un modello

Uno dei pregiudizi più duri a morire nel dibattito pubblico e’ che le imprese orientate all’impatto sociale siano necessariamente meno efficienti, o economicamente marginali. I contributi del secondo pilastro smontano questo pregiudizio con dati sistematici. Le cooperative di piattaforma, le imprese sostenibili e quella ad azionariato diffuso non sono semplici “buone pratiche”: sono modelli scalabili che stanno rispondono alle grandi crisi occupazionali, ambientali e di coesione sociale meglio di quanto non facciano molte imprese tradizionali. Per questo motivo abbiamo creato l’Osservatorio Nazionale sulla Nuova Economia Sociale e Civile e stiamo sviluppando delle diramazioni regionali a partire dalla Toscana e dalla Campania (www.nexteconomia.org/landing/onesc-osservatorio-nazionale-sulla-nuova-economia-sociale-e-civile/)

La proposta che mi ha colpito di più è quella della responsabilità ex ante: la sostenibilità non come obbligo di rendicontazione a posteriori, ma come vincolo giuridico integrato nella governance d’impresa prima che i danni siano prodotti. È un cambio di logica profondo. Significa che il contratto sociale tra impresa e società non si chiude con un bilancio di sostenibilità annuale: si apre ogni giorno nelle decisioni di investimento, di assunzione, di pricing. E’ la differenza tra un’impresa che si comporta bene perché’ la legge glielo impone e un’impresa che si costituisce per essere buona. Entrambe servono. Ma solo la seconda costruisce fiducia nel tempo.

L’università e il nodo che nessuno vuole sciogliere

Arrivo all’ultimo punto con una frustrazione personale che non voglio nascondere. Abbiamo presentato a Roma un policy paper dettagliato, scientificamente fondato, politicamente praticabile: riforma dei criteri di valutazione accademica, Fascicolo dell’Impatto per ogni ricercatore, Fondo Nazionale da 50 milioni per la ricerca-azione partecipata, nuovo indice IAEISC che misura l’equità intergenerazionale in 100 indicatori su scala territoriale. Proposte concrete, con copertura normativa esistente — l’art. 9 della Costituzione, la legge 167 del 2025 sulla Valutazione di Impatto Generazionale, la Strategia europea sulla fairness intergenerazionale del marzo 2026.

Eppure so, per esperienza, che la parte più difficile non sarà la tecnica. Sarà convincere il sistema accademico italiano che pubblicare su Nature Sustainability o sul Journal of Happiness Studies ha lo stesso valore scientifico che pubblicare su una delle cinque riviste americane che dominano le classifiche. Non perché’ le une valgano più delle altre: perché’ le domande che si pongono sono diverse. E in questo momento storico, le domande sull’equità intergenerazionale, sulla transizione ecologica, sul benessere relazionale sono almeno altrettanto urgenti di quelle sull’ottimizzazione dei mercati finanziari.

Cambieremo questo sistema. Ci vorrà tempo. Ma abbiamo dalla nostra parte qualcosa di potente: oltre 500 studenti che hanno partecipato agli eventi pre-conference nelle sei università italiane, e che hanno chiesto a gran voce di essere trattati come co-produttori di conoscenza, non come utenti di un servizio. Quella voce non si spegne facilmente.

Da Roma a Firenze: i semi stanno diventando bosco

From Seeds to Forest non è solo il titolo del volume che raccoglie i 220 abstract di questa edizione. È il tema che porteremo al Festival Nazionale dell’Economia Civile, dal 1 al 4 ottobre 2026 a Firenze. Il passaggio dai semi al bosco non è metaforico perché i semi già ci sono. Quello che manca non è l’esistenza: è la connessione. Manca la consapevolezza collettiva che questi frammenti appartengono allo stesso progetto. Manca il linguaggio comune per riconoscersi.

Renaissance in Economics esiste per costruire quel linguaggio. Il Festival di Firenze esiste per diffonderlo. L’Osservatorio esiste per tradurlo in dati, politiche e pratiche replicabili. Sono tre pezzi dello stesso progetto. E dopo Roma, sono convinto più che mai che quel progetto sia all’altezza del momento storico che stiamo attraversando.

Il bosco non si costruisce in un giorno. Ma si pianta un albero alla volta. E gli alberi, adesso, sono molti.

(Luca Raffaele è membro del comitato organizzatore di Renaissance in Economics e collabora con NeXt – Nuova Economia per Tutti. Il volume From Seeds to Forest è curato da Flavia Asaro, Elisa Bianchini, Ribana Chiper, Roberto Cirillo, Gioia Maurizi, Niccolò Musmeci, Dario Poligioni, Enzo Pozza e Lorenzo Semplici, con introduzione e conclusioni di Leonardo Becchetti. Il Festival Nazionale dell’Economia Civile si svolgerà a Firenze dal 1 al 4 ottobre 2026).